lunedì 7 luglio 2008
VALUTARE IL MERITO
Articolo del Prof. Sergio Sabetta
In un recente articolo sul “Sole 24 ore” (F.Baldizzoni, Un’agenzia per il merito, 15, n. 156 – 7/6/2008) si parla della questione morale nel nostro sistema universitario e della necessità di punire i comportamenti irresponsabili con la sottrazione di risorse, nasce tuttavia il problema della valutazione perno su cui ruota qualsiasi redistribuzione meritocratica dei finanziamenti.
Ci si augura l’istituzione di una agenzia ad hoc, con il coinvolgimento di valutatori stranieri dotati di prestigio ed autonomia che, essendo espressione di vaste comunità internazionali, ostacolino pratiche e accordi collusivi.
Anche nel recente Piano Industriale della P.A. si rincorre più volte il termine di valutazione della dirigenza, quale differenziazione legata al merito per le retribuzioni di risultato, lo stesso dicasi per l’accesso meritocratico alla dirigenza stessa e per tutto il personale pubblico in generale sia relativamente ai premi che alla carriera.
Viene a riproporsi, tuttavia, il problema di una corretta valutazione da affidare a strutture estranee e impermeabili alle varie consorterie.
Di fronte agli aggrovigliati rapporti conflittuali propri della società italiana riflessa nella P. A., si fa ricorso nuovamente al concetto che sta alla base dell’istituto medievale del podestà, adottato tra il XII e il XIII secolo dai vari liberi comuni italiani ed esteso alla Provenza.
Questi diventava arbitro imparziale, superiore alle fazioni, libero di amministrare e giudicare senza preconcetti e vincoli di sorta. Nonostante alcuni buoni risultati non si poteva pretendere da uno straniero, spesso male informato e non secondato, la capacità di pacificare e ben governare secondo giustizia, tanto più che le discordie e gli intrighi continuavano mentre gli esclusi dal governo premevano con impazienza senza accettare tempi.
Il sistema decadde già a partire dalla metà del XIII secolo e si organizzarono specie di sottogoverni appoggiati alle corporazioni di mestiere già esistenti, che progressivamente sottrassero l’effettivo potere ai governi comunali, fino a sostituirli con governi che presero il nome di governi del “popolo” anche se si trattava del popolo “grasso”, borghese, e non del popolo “magro”, costituito da popolani.
Vi è pertanto in questa proposta una sfiducia latente sulle nostre capacità di evitare la rissosità e le cordate, secondo il nostro atavico piacere di dividersi in fronti contrapposti utili alla democrazia ma estremamente destabilizzanti e soffocanti in un sistema amministrativo pubblico il cui fine è la collettività.
Non sono pertanto le sole pure soluzioni tecniche a permettere la valutazione, bensì la coscienza delle funzioni da parte dei valutatori e la loro impenetrabilità organizzativa agli inevitabili scambi proposti, circostanza che può avvenire esclusivamente a seguito di una forte indipendenza di questi organi dai vari interessi settoriali coinvolti nella gestione della P. A., senza possibilità di immediati reincarichi.
Bibliografia
• R. S. Lopez, La nascita dell’Europa. Secoli V – XIV, Einaudi 1966.